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Venticinque Novembre Duemilaventuno

Anni fa mi sono trovata davanti il dipinto “Lo stupro” di Magritte (che è uno dei miei pittori preferiti ma questo non c’entra 😊).

Sono passata oltre in modo superficiale. Velocissima. Cercando di fuggire alla forza di quell’immagine che invece mi ha inseguito ed ha continuato a scavarmi dentro.

Quello che Magritte riesce a rappresentare perfettamente è la vera ed autentica essenza della violenza sulle donne. Spesso una violenza mascherata. Talvolta una violenza che subdolamente non lascia ferite visibili ma vere e proprie cicatrici nell’anima.

Quello che la rende terribile è il fatto che la vittima smette di essere persona. Il viso gli occhi la voce tutto quello che ne esprime carattere, anima, peculiarità: tutto sparisce. Non esiste. Di colpo è solo un corpo.

Questo viso dove occhi e bocca vengono sostituiti dagli organi sessuali è un’immagine violentissima. Cattiva. Ma molto molto vera.

La donna diventa strumento di piacere. Strumento di potere. Un oggetto da possedere come si possiede una cosa qualunque. Un oggetto da usare come si usa una cosa qualunque. Che non ha dignità, che semplicemente serve ad uno scopo.

E poi capita che la stessa vittima si senta così. Senza una voce, sentendosi in colpa per non essere stata in grado di farsi vedere, di farsi riconoscere come persona.

Se ascoltate i racconti di chi ha subito vi renderete conto che spesso non reagisce. Subisce. Obbedisce. Si vergogna. Sentendosi di colpo oggetto inanimato. Perdendo la capacità di parlare di essere di vedere.

Come se davvero il suo viso, il suo essere non fosse più. Come se dovesse farsi perdonare (o perdonarsi) per essere stata “prescelta” da quella violenza.

La violenza sulle donne non è un problema femminile. È il problema di una società che ancora narra di vittime con il però (“però aveva bevuto”, “però era vestita in modo provocante”, “però lo aveva tradito”) che ancora vive i rapporti sentimentali come atti di proprietà e che ancora non riesce a guardare ai carnefici come dei veri e propri criminali.  Che ancora considera mostrarsi una vergogna femminile, che ancora non considera aggressione una frase volgare urlata in strada, che ancora coltiva l’idea dell’“andarselo a cercare”.

Che ancora lascia che le donne convivano con la paura.

Non solo di essere aggredite in una strada buia (ogni donna conosce la sensazione di gelo provocata dal rumore dei passi dietro la sua schiena in una strada deserta), ma ad esempio di veder condivisa una immagine intima per vendetta (+45% i reati di revenge porn), o di essere apostrofata in modo pesante per la strada.

Molti anni fa un cantautore colse l’anima della condizione femminile. Non chi blaterava di donne che si inteneriscono ai complimenti dei playboy ma chi diceva “C’è chi ti esalta, chi ti adula/C’è chi ti espone anche in vetrina/Si dice amore, però no/Chiamarlo amore non si può “.

Se non ricordate “La Fata” di Edoardo Bennato riascoltatela. Leggetela. E oggi non dipingeteci come esseri belli, superiori e meravigliosi.

Non c’entra nulla con la violenza che subiamo.

Noi donne possiamo essere orrende, cattive, stupide, meschine.

Non è questo il punto.

Il punto è che siamo persone. Non oggetti. Semplicemente.

 

Simona

Copyright immagine : © Adagp, Paris, 2021

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